blog di piccardi
Microsoft sponsorizza il software libero??
Qualche giorno fa abbiamo scoperto, con un certo stupore, che fra gli sponsor di QuiFree, il progetto che cura la sezione su "Software libero e saperi liberi" del Festival della creatività c'è pure una azienda, la Microsoft, che finora non si è certo distinta per un atteggiamento molto amichevole nei confronti del software libero.
Cosa è successo? All'improvviso Microsoft è divenuta paladina del software libero? A giudicare dai fatti non si direbbe proprio, come risulta anche dall'ottima sintesi fatta dall'Associazione Software Libero nel suo comunicato.
Però senz'altro siamo di fronte ad un cambiamento di strategia. Dato che qualificare il software libero come cancro, comunista, antiamericano (vedi qui un buon riassunto degli atteggiamenti tenuti negli anni scorsi) pare non aver avuto molto successo, a quanto pare Microsoft ha dovuto riconoscere che è di fronte ad una realtà che non sparirà tanto facilmente.
Per cui oggi ci viene detto che anche loro sono favorevoli all'"open source", che può anche convivere con il "loro" software proprietario, tanto che stanno aprendo un centro di compentenza interno ed hanno fatto approvare ad OSI due licenze libere.
L'idea che mi sono fatto è che la Microsoft abbia realizzato che andare allo scontro frontale non le è servito a niente, che i suoi attacchi si sono rivelati assolutamente ineefficaci e che il software libero è una realtà sempre più forte. Già solo questo ritengo che sia una vittoria enorme, dato che alla fine gli si potrà sempre dire: "ma come, qualche anno fa non dicevate che Linux era un cancro?"
Il fatto che il software libero ormai non sia più il cancro, non cambia il fatto che la Microsoft non stia continuando ad ostacolarne diffusione e sviluppo, solo che ormai si cercano altri altri mezzi, anche perché quelli usati finora non hanno dato risultati.
Si assiste così da una parte alla presenza sempre più frequente di sponsorizzazioni e presenze ad eventi legati all'open source e al software libero, si concludono accordi con grandi aziende che operano con "Linux", ma al contempo si proclamano indefinite violazioni di brevetti (che in Europa non sono neanche validi) senza ovviamente specificare quali, e si pongono (vedi la recente sentenza della corte di giustizia europea) tutti gli ostacoli possibili nel campo della interoperabilità del software.
Inoltre se l'open source è interessante, la GPL resta una licenza dannosa per l'innovazione dato che non consente di appropriarsi di software libero e renderlo proprietario, ed ancor di più nella sua nuova versione, che rende inefficaci le strategia basate sul farsi pagare per la promessa di non fare causa per violazione di brevetti.
Mi pare che in questo quadro si inquadri anche la sponsorizzazione a QuiFree; ed ovviamente, dato che con LiCI partecipiamo al festival con alcuni interventi, vedere una sponsorizzazione della Microsoft per una iniziativa che è centrata sul software ed i saperi liberi ci ha lasciato molto perplessi.
Per questo motivo, aderendo all'appello dell'Associazione Software Libero, non mancheremo di far notare l'incongruenza di questa sponsorizzazione all'interno dei nostri interventi.
Il software libero è libero, non è gratis
Lo scorso 25 Maggio è stato pubblicato dal Comune di Firenze un Bando pubblico per la selezione di un esperto di sistemi, applicazioni, strumenti e tecnologie Open-Source.
La notizia è senz'altro molto interessante, in particolare è positivo che un Comune sia intenzionato a studiare le possibilità di una migrazione al software libero, e che lo faccia riconoscendo il fatto che una operazione del genere deve essere adeguatamente progettata e che è necessario un adeguato studio di fattibilità. Il fatto poi che sia il Comune dove lavoro renderebbe la cosa ancora più positiva.
La lettura del bando è molto interessante, ed i risultati richiesti sono coerenti con una progettazione adeguata del passaggio al software libero, e comprendono la ricognizione della situazione corrente in termini di applicazioni in uso e criticità delle soluzioni attualmente presenti, l'approfondimento dell'atteggiamento dei dipendenti (con tanto di interviste), con tanto di redazione di analisi SWAT e Costi/Benefici. In sostanza un lavoro complesso e specialistico, quantificato peraltro della durata di un periodo di 6 mesi.
E' interessante inoltre che nella attribuzione dei punteggi di valutazione, si dia forte rilevanza all'esperienza sul campo e alla partecipazione a progetti open-source, che vengono valutati di più dei classici titoli dei voti di laurea ed esame. Un criterio che sarebbe indiscuribile e corretto, se non fosse per il particolare che, benché in sede di valutazione il suo impatto sia minimo, la laurea sia un prerequisito di accesso, il che esclude una gran quantità di esperti che avrebbero potuto partecipare a pieno titolo.
La cosa è ancora più ridicola se poi si considera che le lauree ammesse sono solo ingegneria, matematica e informatica, per cui chi come me, ha la sventura di essere esperto nel campo, e con tanto di laurea e dottorato di ricerca, si trova escluso perché ha avuto la pessima idea di laurearsi in fisica. Ma indipendentemente dal caso personale, non si capisce perché, visto il tipo di lavoro richiesto (che richiede un bel po' di compenze in campo gestionale), un laureato in economia dovrebbe essere meno competente di uno in matematica, a parità ovviamente degli altri requisiti, che nel caso sono ovviamente, come riconosciuti dal bando stesso, quelli che contano davvero.
Ma a parte le considerazioni sui prerequisiti d'accesso, dettate anche dal disappunto personale relativo alla scarsa considerazione della mia laurea, quello che lascia davvero perplessi del bando è la remunerazione stabilita per il lavoro completo: un totale di 13000 euro lordi, IVA compresa. Fatti un po' di conti questo significa una remunerazione netta di poco meno di 87 euro al giorno.
Ora nessuno pretende i compensi statosferici elargiti tanto spesso dalle nostre pubbliche amministrazioni, ma considerando ad esempio quanto è stato speso nelle consulenze sulle costruzione di infrastrutture stradali (e la complessità delle infrastrutture informatiche non è di minore rilevanza) rende assai perplessi questa valutazione, diciamo pure ridicola, delle competenze necessarie alla stesura di un progetto che affronta problematiche così complesse.
Allora forse è bene ricordare per l'n-sima volta, come nel titolo, che il software libero è libero non è gratis.
Un buon esempio
E' un caso veramente raro nel panorama politico italiano che dalle parole si passi ai fatti. Ma a quanto pare esistono delle lodevoli eccezioni: lo scorso Novembre eravamo stati invitati ad un convegno, organizzato dall'assessore all'Innovazione del Comune di Arezzo, Ilario Nocentini, che nell'occasione ebbe a sottolineare con grande forza l'importanza della scelta del software libero e dei formati aperti per una pubblica amministrazione.
E' di ieri la notizia che Ilario Nocentini ha proposto alla giunta comunale una delibera, poi approvata, che adotta il formato Open Document (ODF) come formato ufficiale dei documenti dell’amministrazione comunale, dando seguito concreto alle affermazioni da lui fatte anche in quell'occasione.
Secondo quanto richiesto dalla delibera il comune di Arezzo renderà disponibili da subito tutti i documenti di accesso pubblico anche in formato ODF, e passerà ad usare ODF per tutti i documenti interni dal giugno 2008, richiedendo anche che tutto il software acquistato dall'amministrazione comunale supporti il formato ODF. In sostanza di tratta di una svolta decisa a favore dell'uso di formati aperti, fatta non solo a parole, ma con scelte concrete e tempi di applicazione ben definiti.
Sono molto interessanti anche le motivazioni con cui Ilario Nocentini ha giustificato la scelta: Ritengo che un'amministrazione pubblica debba necessariamente utilizzare un formato aperto per i propri documenti, che sono un bene pubblico. Passare ad un formato aperto abbandonando formati proprietari quali il ".doc" di Microsoft Word è un passo importante per rendere la PA veramente proprietaria dei propri documenti, permettendole di gestirli con le soluzioni migliori in un mercato non più di monopolio ma concorrenziale.
Non resta adesso altro che da augurarsi che altre pubbliche amministrazioni italiane facciano proprie scelte analoghe, riconoscendo che i dati di una pubblica amministrazione sono un bene comune, proprietà di tutti i cittadini. Per questo motivo essi non possono restare "prigionieri" di una singola applicazione proprietaria, perché così, oltre a discriminare chi non la usa, si fornisce anche una forma indiretta, ma molto efficace, di promozione di un singolo prodotto a scapito degli altri, distorcendo il mercato e sfavorendo la concorrenza.
Linux difficile ???
Quasi sempre, quando mi trovo a proporre l'uso di software libero come alternativa a Windows anche sul desktop, mi sento dire che "Linux è difficile". Senz'altro alcuni anni fa, quando interfacce come Gnome o KDE non erano ancora sviluppate, questa era una affermazione corretta; resta da capire se quanto possa esserlo ancor oggi.
Non essendo un esperto di usabilità non posso certo fare una valutazione oggettiva o un confronto scientifico, posso però fare alcune considerazioni dettate dall'osservazione di una specifica esperienza concreta, che per quanto limitate colgono secondo me un dato di fatto.
Negli scorsi tre giorni abbiamo partecipato ad una fiera, Terra Futura, gestendo l'internet point e facendo una serie di corsi introduttivi; ovviamente abbiamo utilizzato soltanto software libero. Si trattava di 8 postazioni al pubblico che sono state disponibili per tre giorni e sono state utilizzate, nell'arco della fiera, da varie centinaia di persone. E benché si potesse utilizzare solo software libero (c'erano Firefox, Openoffice e Gnome come ambiente desktop), nessuno, in tutti e tre i giorni, è venuto a chiederci come funziona o se ne è andato perché non capiva come fare ad usare il computer.
E' senz'altro vero che l'uso che si fa del computer in un internet point è limitato, perché la gran parte delle persone si limita a navigare. Ma fra la centinaia di persone che hanno frequentato l'internet point ce ne sono state alcune che oltre a navigare han scaricato file sulla loro chiavetta USB, hanno letto documenti PDF scaricati da internet e scritto lettere con Openoffice. Benché in questo caso la statistica sia molto più limitata, di nuovo nessuno è venuto a chiederci come funziona.
Certo, non si tratta di una rilevazione scientifica, né di uno studio approfondito, ma il punto comunque rimane: gran parte delle persone che oggi usano il computer lo fanno per "andare su internet", cioè con un utilizzo sostanzialmente identico a quello che ho osservato in questi tre giorni. Per queste persone dire che "Linux è difficile" non è più vero.
Il mito però sussiste, e temo resisterà a lungo, per quanto sia ormai privo di fondamento, almeno fintanto che l'uso concreto, come quello fatto in questa occasione, non farà toccare con mano la realtà, come è avvenuto ad un professionista che uscendo dall'internet point si era fermato a chiedere informazioni su come poterlo installare in ufficio, che alle osservazioni di un collega che gli riproponeva lo stereotipo ha risposto: "ma che difficile, mi è sembraro anche più facile di windows".
Viva la ricerca ...
E' di oggi la notizia della firma di un protocollo di intesa fra Microsoft ed il governo italiano per una collaborazione nelle attività di formazione, trasferimento tecnologico e progetti di ricerca in tre "Centri per l'Innovazione".
Per la realizzazione di questo accordo si sa che Microsoft stanzierà un milione di dollari, mentre il governo metterà degli altri fondi. Quanti per ora non è dato saperlo, (a domanda esplicita nella conferenza stampa il ministro Mussi non ha risposto). Un milione di dollari può sembrare una cifra considerevole, ma basta fare un po' di conti per rendersi conto che si tratta tutto sommato di ben poca cosa. Tanto per dare un'idea un'azione formativa come questa ha avuto un costo di circa 250000 euro. Questo significa che con quella cifra al più si potrebbero organizzare tre master: per riuscire a creare tre centri di ricerca è senza dubbio necessario un sostanzioso intervento dello stato.
In generale ho sempre considerato come molto positivo il fatto che si investa in ricerca, dato che il nostro paese è spaventosamente arretrato in questo campo. E se la Microsoft (o qualunque altra azienda privata) investe in ricerca in Italia, di nuovo non ho niente da dire, almeno fin tanto che non ci sono di mezzo i soldi dei contribuenti. In caso contrario invece, indipendentemente dal campo della ricerca, credo che il governo debba rendere conto ai cittadini dell'impiego dei fondi pubblici, perché francamente troverei alquanto fastidioso che lo stato finisca per sovvenzionare una specifica impresa, specie in un caso come questo in cui la stessa è stata condannata in sede europea per pratica mopolistiche.
Per questo il primo punto da chiarire è quello di sapere cosa verrà fatto dei risultati di quella ricerca, cosa di cui nessuno ha parlato. Perché sarebbe quantomai spiacevole dover ripagare quella ricerca tre volte, prima con le nostre tasse, poi per ricomprarla nei prodotti Microsoft, ed infine, per chi come noi opera nello stesso campo, in svantaggio commerciale. Un principio di buon senso e buona gestione, applicato regolarmente negli Stati Uniti, è che la ricerca finanziata con fondi pubblici deve essere messa a disposizione di tutti.
In secondo luogo c'è da notare che una delle giustificazioni di un accordo come questo è che Italia ci sono scarsi investimenti in ricerca fatti dalle imprese, e che grazie alla creazione di questi centri sarà possibile rilanciarli. Non si capisce però su quale basi, soprattutto in presenza di affermazioni come quella per cui "si aprono grandi opportunità per la miriade di aziende medio-piccole, come ad esempio nella subfornitura", fatta dal responsabile dell'innovazione tecnologica Luigi Nicolais nella presentazione dell'accordo.
Mi chiedo infatti quali siano queste opportunità, e con quali fondi saranno finanziate queste subforniture. Difficilmente con quelli di Microsoft, dato che secondo il protocollo di intesa questi saranno forniti "attraverso l'erogazione di fondi e la messa a disposizione, anche tramite terze parti, sulla base delle necessità specifiche di prodotti hardware, software, servizi di supporto tecnico, attività formative, materiale didattico nonché il coinvolgimento di personale". Di certo anche noi potremmo contribuire con software e materiale didattico, sarà interessante verificare come saremo accolti quando il centro sarà istituito in Toscana.
La cosa che comunque resta più indigesta di tutte nelle dichiarazioni fatte dai responsabili del governo, è la contrapposizione, ricorrente in tutta la conferenza stampa fra l'open source, che sarebbe attinente nel campo della ricerca pura, ed un accordo che invece attiene alla ricerca commerciale, e che per questo non sarebbe affatto in contrapposizione con il precedente.
Mi chiedo quanto tempo ci vorrà prima che i nostri politici riescano a capire che il software libero è commerciale, che genera profitti e lavoro, pur creando una ricchezza che resta a disposizione di tutti. Se un accordo per la ricerca serve a finanziare lo sviluppo di software proprietario, questo non può essere che considerato come una sovvenzione diretta ad una industria privata, ed è necessariamente in contrapposizione sia al software libero, che prevede che i risultati siano rimessi a disposizione di tutti, che alle altre imprese che si troveranno ad operare in situazione di svantaggio.
Alla fine viene da chiedere, vista la persistenza di questa concezione, se non sia il caso di richiedere al governo le esenzioni fiscali come ente no-profit, dato che una ditta come la nostra ricava tutti i suoi profitti da una attività che a quanto pare sarebbe non commerciale...
Un buon "report"
Non capita spesso di sentir parlare di Software Libero in televisione, e considerati certi pessimi precedenti, è ancora più raro vedere un bel servizio come quello presentato nella sezione Goodnews della puntata di ieri sera di Report.
Già questo sarebbe di per sé una buona notizia, dato che per lo più quando si parla di informatica in televisione il protagonista è il software proprietario. Se a questo si aggiunge il fatto che il servizio ha presentato i risultati ottenuti da alcuni progetti, come FUSS ed il master in migrazione al software libero, che ci han visti parte in causa e protagonisti nella realizzazione, non possiamo che essere ancor più contenti, e ringraziare la redazione di Report e Giuliano Marrucci per la sensibilità e l'interesse dimostrato.
Quello che è importante è che per una volta è stato possibile far vedere ad un pubblico molto più vasto di quello che normalmente siamo in grado di raggiungere, che il software libero è diventato una alternativa sostenibile rispetto al software proprietario, e che è possibile effettuare delle scelte, che oltre a garantire i risultati consentono anche un risparmio di fondi pubblici.
Certo, si potrà obiettare che quella del risparmio rischia di essere un'ottica riduttiva e questo è senz'altro vero, perché sono altrettanto importanti aspetti come l'indipendenza strategica, l'impiego delle risorse in formazione e sviluppo anziché in licenze, e il mantenere le risorse sul territorio, ma è anche innegabile che quello del risparmio è un risultato che ci può essere (e nel caso c'è stato), e che che non ha senso sminuire.
La speranza adesso è che altre pubbliche amministrazioni seguano l'esempio della provincia di Bolzano, ed alle parole di interesse e alle dichiarazioni di principio, seguano fatti concreti. In Italia esistono risorse e professionalità eccellenti che meritano di essere incentivate, ed un investimento su queste, piuttosto che nell'acquisto di licenze, anche se non sempre porterà ad un risparmio immediato, sarà comunque un investimento sul futuro.
Una nuova Debian
Lo scorso lunedì di Pasqua, dopo ben 21 mesi di sviluppo, è stata rilasciata la nuova versione stabile di Debian, la 4.0, denominata etch. Questa è stata l'occasione di ripensare anche ai motivi per cui, anche come azienda, abbiamo scelto di dare una preferenza verso questa distribuzione.
Debian infatti è un progetto molto particolare, è una delle distribuzioni storiche, da sempre caratterizzata da uno sviluppo portato avanti da volontari che si coordinano su Internet, senza che vi sia la guida né di un "leader carismatico" né di una azienda di riferimento. In particolare ha attirato l'attenzione di parecchi studi sociali il particolare meccanismo democratico (basato sul metodo di Condorcet) utilizzato per prendere le decisioni.
Per queste caratteristiche, unite al fatto che la distribuzione è caratterizzata da un ciclo di rilasci piuttosto lento, e da scadenze quasi mai rispettate, Debian si è attirata parecchie critiche, e di recente sono state particolarmente forti quelle fatte, in occasione del suo passaggio a Sun, dal fondatore originale del progetto, Ian Mardok, che in sostanza ha dichiarato che la democrazia è inefficiente e nuoce allo sviluppo.
Senz'altro alcuni dei problemi sollevati, ed in particolare quello delle scadenze non rispettate, sono senz'altro rilevanti, e dovranno essere affrontati, ma la validità tecnica della distribuzione è innegabile, e ne è prova l'amplissima diffusione della stessa, in particolare a livello server, e l'enorme quantità di distribuzioni derivate che ne sono nate.
Se a questo si aggiunge il fatto che la distribuzione viene realizzata per ben undici architetture hardware diverse, e contiene oltre 18000 pacchetti diversi nella versione ufficiale (molti di più di qualunque altra distribuzione) si può anche capire come il rilascio di una versione stabile (per la quale il progetto assicura supporto negli anni successivi) sia senz'altro molto complesso da realizzare.
Quello che invece mi pare assai poco rilevante è il collegare questo tipo di problemi al sistema di gestione della distribuzione, qualificando come negativo e perdita di tempo il fatto che le decisioni vengono prese in maniera pubblica e tramite il consenso. Non vedo infatti, specialmente per chi fa affidamento in campo professionale su una distribuzione, come possa essere automaticamente migliore un meccanismo in cui invece queste sono prese senza confronto ed in maniera "privata", semplicemente perché si suppone, cosa tutta da dimostrare, che in questo modo lo sviluppo sarebbe più efficiente.
Il problema di tutto ciò e che non tiene in minimo conto il fatto che per molti, comprese molte imprese, la scelta di Debian è un passo ulteriore nella direzione di una indipendenza strategica da logiche commerciali dettate da altre realtà, ed esterne alle proprie esigenze. La democrazia e la trasparenza interna sono due importanti garanzie che questa indipendenza venga mantenuta, garanzie che le altre distribuzioni non forniscono affatto.
E ancora più assurdo, specie nell'utilizzo in campo professionale, è criticare un ciclo di rilascio lento, ed una politica che mira ad assicurare la massima stabilità. Mi chiedo quante persone abbiano pensato a proporre a chi gestisce un parco macchine di dimensioni anche non troppo grandi o server su cui vengono forniti servizi essenziali, di effettuare aggiornamenti del sistema operativo ogni sei mesi...
Per questo motivo non c'è che da rallegrarsi e fare dei grandi complimenti agli sviluppatori ed ad un progetto che è stato e continuerà ad essere cruciale nello sviluppo, anche in quello professionale, del sofware libero.
Una grande vittoria
Buone notizie oggi, l'Associazione Software Libero ha riportato una grande vittoria, evitando un clamoroso spreco di soldi pubblici e segnando quello che si spera possa diventare un precedente importante.
La notizia, riportata sul sito dell'associazione, è che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha ritirato il bando per la fornitura di prodotti Microsoft (per oltre quattro milioni di euro) contro il quale l'associazione stessa aveva presentato ricorso al TAR.
Il successo è grande, dato che si è riusciti ad evitare che venisse effettuato un acquisto di licenze di software proprietario senza aver valutato le alternative tecnologiche ed in particolare senza avere preso in considerazione le alternative disponibili. Ed ancor di più in quanto si apre per tutti la possibilità di intervenire e far sentire la propria voce tutte le volte che verranno effettuate "non scelte" discutibili come questa.
Infine per chi lavora con il software libero questo risultato apre alla speranza che nella pubblica amministrazione si riesca finalmente a capire che è possibile un diverso impiego del denaro pubblico, in cui questo venga investito in sviluppo (in termini di competenze interne, creazione di codice, sostegno all'economia locale, ecc.) e non in licenze.
Dis-informazione
Talvolta, specie dopo aver visto cose come queste, viene da chiedersi se vale davvero la pena impegnarsi tanto a cercare di fornire una informazione corretta sul software libero, se basta un giornalista incompetente ed incapace (se io facessi errori simili sul mio lavoro i miei clienti come minimo mi caccerebbero a calci) sul TG1 per far passare a migliaia di persone un concetto completamente distorto e scorretto.
L'errore è così plateale che rischia di far sorridere invece che di far arrabbiare. Però se uno pensa alle conseguenze c'è ben poco da stare allegri, per molte più persone di quante ne potrà aver raggiunte nella sua attività una associazione storica come Assoli, che dal 2000 si sforza di far passare una informazione corretta, il software libero resterà una cosa per scaricare musica gratis da internet.
Di fronte a tanta incompentenza credo ci sarebbe davvero da chiedere i danni, una comunicazione del genere infatti nuoce non poco a realtà come la nostra, che vivono del supporto professionale al software libero, facendone passare un'immagine totalmente distorta. Di certo questo tipo di eventi scoraggia molto, e rischia di far sembrare l'impegno per una corretta informazione sul software libero una inutile lotta contro i mulini a vento.
Io resto comunque convinto che, per quanto scarsi e poco significativi possano apparire i risultati, resti fondamentale l'attività di comunicazione diretta, che forse non raggiungerà il grande pubblico, ma che probabilmente è la sola in cui si può sperare di poter trattare in maniera appropriata non solo gli aspetti di convenienza e capacità tecnica del software libero (che restano fondamentali essendo quelli che ci fanno lavorare, e creano valore per noi e per gli altri), ma anche quelli meno immediati e spesso considerati più utopistici, come i temi legati ai concetti di libertà e di condivisione delle conoscenze, che sono quelli che ne assicurano la sostenibilità a lungo termine, ne garantiscono lo sviluppo e gli forniscono quel valore aggiunto (in indipendenza strategica e controllo sui propri mezzi di produzione) che nessun software proprietario potrà mai avere.
Un cambiamento (o una caduta?) di stile
Nello sviluppo del software libero la presenza di associazioni e gruppi di volontari ed entusiasti è sempre stata una grande risorsa. In questo campo molto lavoro, in termini di promozione, sviluppo, sensibilizzazione, denuncia, è stato svolto da associazioni che hanno organizzato e coordinato gli sforzi di queste persone.
E' con un certo stupore che ho scoperto che una delle associazioni più note, la Free Software Foundation Europe, nel promuovere il suo programma di "Fellowship" per il 2007, ha organizzato una specie di lotteria, con cui distribuire premi a tutti i partecipanti.
Il problema non sta nella lotteria in quanto tale (anche se personalmente resto sempre piuttosto perplesso davanti a questo tipo di promozioni) quanto nel fatto che fra i premi ci sono un Greenphone della Trolltech, e dei coupon per uno sconto di acquisto per il Nokia N800. Di nuovo ci si può chiedere cosa ci sia di sbagliato in questi gadget, che sono quasi completamente basati su software libero.
Il punto sta proprio nel quasi. Dalla sua nascita la Free Software Foundation è sempre stata estremamente rigida nel rifiutare qualunque compromesso riguardo all'uso di software proprietario, e per questo si è attirata numerosi strali da parte dei suoi detrattori, che qualificavano le sue posizioni come ideologiche, estremistiche, o addirittura al limite del fanatico. In nessun caso la Free Software Foundation ha mai promosso l'uso, in qualunque forma, di software proprietario, arrivando pure a criticare aspramente Debian per il fatto di ospitare sui suoi server una sezione non-free.
Per quanto questa rigidità possa essere criticata, è innegabile però che è stato anche grazie al rifiuto di qualunque tipo di compromesso, che si sono potuti ottenere grandi risultati, e che è stata la difesa strenua dei principi del software libero che ha consentito a questo di continuare a diffondersi ed a proposperare. Ricordo ancora le grandi discussioni con chi sosteneva che la licenza di MySQL, o quella di Java (quando eran solo gratuite, non libere) erano accettabili. Se non ci fosse stata l'insistenza su quei principi, oggi non avremmo avuto MySQL con licenza libera, e sicuramente Sun non avrebbe mai deciso di rilasciare Java con licenza GPL.
Certo questi principi non sono stati portati avanti soltanto da Free Software Foundation o Free Software Foundation Europe, ma rispetto a tutte le altre realtà, molto più ridotte o a diffusione soltanto locale, esse hanno una grande notorietà e godono di un indiscutibile prestigio, anche grazie alla loro storia e a quanto fatto in passato.
Pare però che adesso, per la prima volta, si arriverà, almeno da parte di Free Software Foundation Europe, alla distribuzione di software proprietario. Certo si potrà obiettare che in realtà essi distribuiscono dell'hardware che funziona quasi esclusivamente con software libero, che il software proprietario residuo è minimo, e che al momento questa è l'unica soluzione per usare quell'hardware, e che questo potrebbe incentivare lo riceverà a sviluppare una alternativa libera.
Tutte considerazioni legittime, ma si tratta comunque di una soluzione di compromesso: nella sua lunga storia Free Software Foundation ha detto che poteva essere accettabile usare software proprietario per sviluppare una soluzione alternativa, ma mai lo ha distribuito direttamente o lo ha promosso, neanche nella più indiretta della maniere.
Oggi, con quanto sta facendo Free Software Foundation Europe, qualcosa sembra essere cambiato, e a questo punto credo sia legittima la domanda iniziale, è solo un cambiamento, o è una caduta di stile?
